Open Space 2017 – Il Futuro sostenibile, idee per l’Italia

Open Space 2017

Open Space 2017

OPEN ECONOMY

Gli Stati Uniti d’Europa. L’Europa ha necessità di un Green New Deal.

Una nuova Europa è necessaria. L’Unione Europea è sotto attacco e a rischio di tenuta proprio nel momento in cui sarebbe invece necessario che fosse unita, integrata e capace di fare fronte, con efficacia e determinazione, alle questioni cruciali della contemporaneità, dal cambiamento climatico, alla necessaria transizione ecologica, al problema dei migranti e dei profughi, alla disoccupazione, alla precarietà e al diffuso senso di insicurezza. Noi Verdi riteniamo che non ci possono essere soluzioni nazionali a problemi transnazionali. Conflitti, guerre, instabilità in aree ai nostri immediati confini richiedono una politica estera unitaria, autorevole, efficace, una cooperazione dei servizi di intelligence e sicurezza strettissima e in grado di prevenire, contrastare, sradicare il terrorismo. La crisi economica e finanziaria è stata la dimostrazione dell’inadeguatezza delle istituzioni e della governance europea. Con la traumatica uscita del Regno Unito dall’Unione, si è intensificato il dibattito sull’Europa a più velocità e della “cooperazione rafforzata” sulle singole questioni. È indispensabile una profonda riforma del quadro istituzionale e politico dell’Unione Europea. Per sventare il pericolo di ulteriore disgregazione e dare senso alla parola democrazia è necessario un nuovo Patto Fondativo tra cittadine e cittadini d’Europa, il cui coinvolgimento è indispensabile nel processo decisionale. Vanno garantite la trasparenza, l’efficienza, la riconquista di fiducia e credibilità, come pure il rafforzamento del Parlamento Europeo, unica istituzione elettiva dell’Unione, anche attraverso la presenza di liste europee, non solo nazionali. Proponiamo un’Europa politica, dove ci sia bilanciamento dei poteri e non ci sia l’obbligo di unanimità, dove i paesi più avanzati e solidi siano trainanti e non cedano sul terreno fondamentale della solidarietà, della giustizia sociale, del rispetto dei diritti umani, della multiculturalità, dell’accoglienza dei profughi, della tutela dell’ambiente, della pace. L’UE non può essere un’unione esclusivamente economica e monetaria. Avere economie diverse legate da un’unica moneta ma con decine di sistemi fiscali differenti crea disparità sul fronte del reddito disponibile dei cittadini e su quello della competitività delle imprese all’interno dell’area euro, ma anche all’esterno. L’UE deve rinnovare radicalmente le politiche economiche, finanziarie e fiscali, e investire in un vero Green New Deal. Deve essere realizzata un’Unione attenta al Clima con obiettivi ambiziosi rispetto alle energie rinnovabili, alla riduzione delle emissioni, all’efficienza e al risparmio energetico. Noi Europei dovremmo unire le nostre forze per plasmare il nostro futuro. È questo il significato della parola sovranità. Tre sono le vie da percorrere per un’Europa sostenibile: nuove e stringenti norme per regolare la finanza e renderla funzionale all’economia reale; la conversione ecologica delle nostre economie per combattere il cambiamento climatico e il degrado ambientale; la lotta alla disoccupazione, alla povertà e ad ogni forma di ingiustizia sociale, dentro e fuori i nostri confini.

Superare l’austerity e la crisi. Revisione del Fiscal Compact.
La ricetta dell’austerità, imposta per anni agli Stati in crisi, ha aumentato l’ingiustizia e la divisione sociale, attaccato le condizioni di vita di moltissime cittadine e cittadini ed indebolito la democrazia. Al presente il 25% degli Europei sono a rischio di povertà o di esclusione sociale, 27 milioni sono disoccupati, di cui uno su cinque è un giovane. Occorre rivedere il patto europeo di bilancio, che oggi impone il pareggio di bilancio anche ai Paesi in gravi difficoltà economiche, al fine di rilanciare gli investimenti pubblici ed uscire dalla crisi. Occorre rivedere il Fiscal Compact che taglia di 47 miliardi l’anno, per i prossimi vent’anni, la spesa pubblica, pesando sui lavoratori e sulle fasce deboli, distruggendo ogni diritto sociale, con la conseguenza di accentuare la crisi economica. Il debito pubblico italiano deve essere affrontato con scelte economiche eque, finalizzate alla sostenibilità, partendo dall’abbattimento dell’alto tasso degli interessi pagati. Accanto al PIL deve nascere un indicatore che misuri il benessere sociale e ambientale. Investire oggi nella Green Economy
significa produrre e consumare senza inquinare, significa tutelare e valorizzare la “grande bellezza” italiana – paesaggio, beni culturali, creatività del lavoro – che è una preziosa risorsa ed è il nostro patrimonio più importante e più invidiato; significa puntare sull’innovazione tecnologica che sempre più spesso riduce l’impatto ambientale e sanitario dell’economia, significa difendere i beni comuni e battersi contro la riduzione dell’ambiente a merce. Per quanto attiene invece alla tassazione, in Italia il peso maggiore sopportato in modo sproporzionato dai redditi medio/bassi e dalle piccole/medie imprese. Oltre mille miliardi di Euro ogni anno sfuggono al fisco attraverso l’evasione e la frode. Il nostro obiettivo è ripristinare giustizia ed efficienza. Dobbiamo diminuire il peso fiscale sul lavoro e sull’imprenditoria medio-piccola, tassare l’inquinamento e la produzione di rifiuti.

Lavori Verdi
Come Verdi proponiamo una trasformazione economica dei modelli produttivi che sappia garantire a tutti un futuro florido sulla base di uno sviluppo sostenibile e di un “rinascimento verde” della nostra industria. I benefici sarebbero innumerevoli: nuovi posti di lavoro, qualificati, ben pagati e senza discriminazione di alcun tipo; maggiori garanzie per i lavoratori; maggiore mobilità economica; maggiore sviluppo regionale e migliori opportunità per le piccole e medie imprese e le imprese sociali. Occorre investire nei settori ad alta intensità lavorativa e di qualità come il settore delle rinnovabili, dell’agricoltura tipica e del biologico, dei beni culturali e della “bellezza”, delle quattro R nei rifiuti (riduzione, riuso, riciclo e raccolta differenziata) e della prevenzione del dissesto idrogeologico.

OPEN CLIMATE
Cambiamenti climatici e crisi ecologica. Conversione ecologica dei modelli produttivi.

La crisi ecologica è stata oscurata dalla crisi economica attuale, ma diviene sempre più acuta, con il potenziale collasso degli ecosistemi. Nel 2015 abbiamo consumato nei primi otto mesi le risorse che richiedono un intero anno per la loro riproduzione. È necessario un mutamento radicale nel consumo di energia e nei modelli produttivi. Le decisioni, anche se non del tutto soddisfacenti, prese alla COP 21 sul clima a Parigi, dove i Governi hanno deciso di impegnarsi a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C attraverso Piani d’azione nazionali, devono poter trovare piena applicazione. Occorre predisporre un censimento delle aree inquinate in Europa (per esempio in Italia sono sei milioni le persone che vivono in aree inquinate) ed attivare da subito le bonifiche e rilanciare la conversione ecologica attraverso l’introduzione di aree no tax al fine di attrarre gli investitori e rilanciare i distretti sulle rinnovabili, sull’innovazione tecnologica e sulla cultura. Vogliamo trasformare l’economia europea in un campione globale per efficienza e risparmio energetico, sulla base di tecnologie appropriate e l’utilizzo delle fonti rinnovabili, potenziando il riuso e il riciclo. Questo significa portare al 40% l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2030, dai livelli del 1990, per arrivare entro il 2050 alla totale decarbonizzazione della società.

Efficienza energetica e Rinnovabili
Il nucleare ha provocato grandi disastri, da Chernobyl a Fukushima: è un modo di produrre energia intrinsecamente insicuro, per questo va abbandonato al più presto. L’energia fossile, ottenuta bruciando carbone e petrolio, genera un altissimo inquinamento atmosferico e alimenta, con le emissioni di anidride carbonica e di altri gas serra, i cambiamenti climatici. Il “climate change” non è più una minaccia ma una drammatica realtà. Dunque, serve una vera rivoluzione energetica, e a promuoverla non possono che essere le politiche pubbliche. L’Italia ha visto in questi anni, grazie al “Conto energia” realizzato dai Verdi, un promettente decollo delle energie rinnovabili, ma gli ultimi governi – Berlusconi, Monti, Letta, Renzi – hanno tutti “remato contro”, ponendo crescenti ostacoli – legislativi, burocratici – allo sviluppo delle fonti rinnovabili e continuando a sostenere l’energia fossile. In questo campo è urgente una svolta. L’Italia e l’Europa devono darsi traguardi più ambiziosi nel taglio di emissioni climalteranti, nello sviluppo delle energie rinnovabili, nel miglioramento dell’efficienza energetica, sullo storage e devono azzerare immediatamente tutti i nuovi progetti di centrali a carbone. Occorre adottare un Piano Energetico Sostenibile, in Europa come in Italia, che punti sulle energie rinnovabili, sull’efficienza energetica e sulle smart cities per vincere la nostra dipendenza dalle fonti fossili. In tal senso occorre rivedere la Strategia energetica nazionale (SEN), liberalizzare veramente l’energia dal basso, sostenere la generazione distribuita e i sistemi di accumulo. I sussidi e gli investimenti pubblici per i carburanti fossili devono essere eliminati. La “decarbonizzazione” dei sistemi energetici deve accompagnarsi a uno sforzo radicale per migliorare l’efficienza energetica nei consumi civili, nei trasporti, nell’industria. L’esempio da seguire è quello degli “ecoincentivi” alle ristrutturazioni energetiche degli edifici, voluti dai Verdi, in vigore da alcuni anni e grazie ai quali milioni di famiglie hanno realizzato interventi per rendere le loro case meno “energivore”. Un’esperienza virtuosa a 360 gradi, che ha fatto diminuire i consumi di energia per usi domestici, ha ridotto le relative emissioni inquinanti, ha permesso la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro. Stabilizzare ed estendere questo strumento è una via concreta per aiutare sia l’ambiente che il lavoro che l’economia.

Rifiuti zero
La questione dei rifiuti deve essere risolta tenendo conto della sostenibilità ambientale, della tutela della salute e delle notevoli potenzialità in termini di creazione d’impresa e di occupazione. Le Direttive Europee impongono oggi sempre più l’abbandono della pratica del conferimento in discarica e dell’incenerimento, sostenendo invece la raccolta differenziata con il recupero della materia prima- seconda. Occorre investire sulle quattro R: riduzione, riuso, riciclo e raccolta differenziata. Adottare politiche rivolte ad incentivare l’economia del riuso e riciclo, favorendo la nascita di imprenditorialità dal basso, come le cooperative sociali specializzate nel settore, che sviluppino piattaforme tecnico‐ amministrative finalizzate a un modello economico e produttivo basato sulla riduzione dei rifiuti. Raccolta differenziata porta a porta spinta, obbligatoria e contestuale, in tutti i Municipi e quartieri delle città, con modalità e tecnologie analoghe in modo da contenere i costi e facilitare l’impegno dei cittadini. Realizzazione di impianti, adeguati alle quantità raccolte annualmente, per la lavorazione a freddo dei materiali recuperati dalla raccolta della “frazione secca” e di impianti, adeguati alle quantità raccolte annualmente, di compostaggio aerobico della “frazione organica”. Investire nell’innovazione tecnologica per favorire nuove forme di riduzione e smaltimento dei rifiuti.

OPEN CITIES
Città più vivibili

Nelle città vivono ormai la maggioranza delle donne e degli uomini. Le città sono beni comuni, ma in Italia, più che altrove, sono abbandonate a se stesse o peggio lasciate nelle mani di interessi privati contrari all’interesse generale, sono luoghi di crescente crisi sociale ed ecologica: aumentano i poveri, aumentano le famiglie senza casa, aumentano le case vuote, aumentano i costi e al tempo stesso aumentano i problemi ambientali. Gran parte delle nostre città è collocata in zona sismica e il patrimonio edilizio non è in grado di garantire l’incolumità dei cittadini. Nonostante, anno dopo anno, eventi sismici di media intensità provochino perdita di vite umane e danni economici enormi, non viene messa in atto alcuna politica per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato. Le nostre città hanno centri storici bellissimi lasciati in abbandono e privi di una politica indirizzata alla loro conservazione, hanno periferie spesso squallide, prive di infrastrutture e di servizi, luoghi di degrado e di esclusione sociale. Intere zone del territorio nazionale sono cementificate da edifici abusivi che, grazie ai tre condoni, continuano ad esistere e a proliferare. Abbiamo città tra le più inquinate del mondo, e città – soprattutto nel Sud – dove una questione in sé fisiologica come la gestione dei rifiuti si presenta come un dramma sociale e sanitario. L’Italia tra i Paesi occidentali è l’unico a non avere politiche nazionali per la città, e in questi anni di tagli sistematici e lineari ai bilanci pubblici i comuni italiani hanno ridotto drasticamente la spesa sociale e quella ambientale. Caso emblematico le condizioni desolanti in cui versa il trasporto pubblico locale, con milioni di lavoratori e di studenti costretti a viaggiare per ore ogni giorno su treni sporchi, superaffollati, in perenne ritardo (dal 2009, mentre i passeggeri sono cresciuti del 17% – oggi superano i 3 milioni – le risorse pubbliche per il trasporto locale si sono ridotte del 25%). In più, le città italiane vedono da tempo un fenomeno rilevantissimo di consumo di suolo: si continua a costruire su suolo naturale rendendolo impermeabile, a distruggere natura e paesaggio, destra e sinistra governano l’urbanistica più per assecondare gli appetiti speculativi di pochi grandi immobiliaristi che per dare risposta al drammatico disagio abitativo di migliaia di famiglie senza casa. In base a dati raccolti dall’Istat, in Italia il territorio già ricoperto da cemento e asfalto è pari al 7,3% del totale contro il 4,3% della media europea, e negli ultimi quindici anni malgrado la crisi profonda del mercato immobiliare il consumo di suolo ha viaggiato al ritmo di 40 ettari persi ogni giorno. Le città italiane devono tornare al centro delle politiche pubbliche: basta consumo di suolo e priorità assoluta al recupero, alla riqualificazione e alla manutenzione del patrimonio edilizio e infrastrutturale esistente, alla creazione di aree verdi; politiche per la mobilità centrate sul trasporto pubblico e sui sistemi di mobilità “ecologica” dalla bicicletta al car- sharing; gestione dei rifiuti nel segno della raccolta differenziata e del riciclaggio. Proponiamo città sicure ed una politica indirizzata a mettere al riparo da sismi, alluvioni e frane, i cittadini e il patrimonio edilizio con politiche che vadano oltre gli inefficaci “sismabonus” attraverso la gestione di complessi ed articolati programmi pubblici di messa in sicurezza del territorio. Proponiamo periferie riqualificate e dotate di servizi con politiche mirate evitando distribuzione a pioggia di risorse senza alcuna reale priorità come è accaduto col bando delle periferie della Presidenza del Consiglio. Vogliamo città a misura di bambino e di anziano. Il Piano “Casa Italia” deve e può essere tutto questo, e non solo la riproposizione delle politiche del passato rese più smart dal contributo di qualche “archistar”.

Verso una mobilità “dolce”
La congestione automobilistica nelle grandi città oggi porta con sé fenomeni d’inquinamento e di abbassamento della qualità della vita, legata alla perdita di tempo e a tutto quello che ciò comporta in termini di mancata vita di relazione e affettiva. Per questo motivo dobbiamo pensare sempre più a sistemi di mobilità collettiva, efficienti e ispirati ad una logistica delle città studiata prima dello sviluppo urbanistico e non dopo come accade in Italia. Puntare anche sui sistemi di multi-sharing, sui mobility manager, sulla tutela dei diritti dei pedoni e sullo sviluppo della mobilità ciclistica Le città e le amministrazioni locali debbono essere indirizzate nella promozione della mobilità sostenibile, perché oltre i due/terzi degli spostamenti e degli incidenti avviene in ambito urbano. Vanno adottati i regolamenti per i PUM (Piani Urbani della Mobilità) a cui legare la spesa per investimenti e servizi di trasporto collettivo, in coerenza con le strategie di insediamento urbanistico e territoriale. Occorre adottare progetti di “City Logistics” sia attraverso la realizzazione di piattaforme di distribuzione urbana delle merci, da effettuare con veicoli a basse emissioni e sia attraverso la predisposizione di normative ad hoc sulla circolazione dei mezzi, sulle aree di sosta, sugli orari di ingresso della ZTL. Per assicurare spazio e sicurezza ai pedoni ed a tutti gli utenti della strada vanno istituite nelle città le “zone 30” a bassa velocità, adeguando in questo senso il Codice della strada. Sempre più estese dovranno essere le ZTL e le aree pedonali; per contro, sarà necessario investire nel trasporto pubblico e in quello periurbano nelle città metropolitane, così da consentire a chi entra in città tutte le mattine di non dovere usare l’automobile. La priorità nel campo degli interventi nel trasporto ferroviario è quella di acquistare nuovi treni per migliorare il trasporto pendolare nei prossimi dieci anni. Nel campo degli investimenti le risorse vanno concentrate sulle reti metropolitane e regionali e nell’ammodernamento delle reti del Mezzogiorno, mentre vanno abbandonati progetti che non risolvono i problemi di mobilità del Paese, ma che invece sprecano ambiente, territorio e risorse economiche pubbliche e private come il Ponte sullo Stretto e la TAV Torino-Lione. Infine la crisi del
mercato dell’auto nei Paesi occidentali e la necessità di puntare verso la mobilità sostenibile impongono anche una riconversione del sistema produttivo dell’automobile. Occorre puntare sull’auto elettrica, sul retrofit e sulle colonnine di ricarica con incentivi e detrazioni fiscali.

Tutela del paesaggio e del patrimonio artistico-culturale
Vogliamo salvaguardare la “bellezza” del paesaggio e del nostro patrimonio artistico-culturale. Siamo il Paese che in Costituzione ha posto tra i diritti fondamentali la tutela del Paesaggio e del Patrimonio Storico Artistico della Nazione. Purtroppo negli ultimi anni il principio della tutela è stato soppiantato da quello della “valorizzazione” secondo il quale la bellezza ha la sola funzione di generare ricchezza, guadagno, essere funzionale al turismo. Vogliamo dare completa attuazione all’art.9 della
Costituzione, proteggendo il paesaggio dalla aggressione del cemento e dall’asfalto e dall’inutile consumo. Vogliamo recuperare, salvaguardare, restaurare centri storici, borghi e casali, elementi costituenti la nostra identità, secondo politiche ora interrotte che invece sono state adottate in tutto il mondo secondo le linee guida messe in atto in Italia. Vogliamo restituire dignità, competenze e ruolo alle Soprintendenze attualmente sacrificate da una visione falso-efficientista dello sviluppo. Vogliamo recuperare, curare, proteggere i beni di cui è costituita l’Italia, consapevoli che solo dalla loro conservazione può derivare benessere duraturo per il nostro Paese. Vogliamo mettere in sicurezza il patrimonio storico artistico analizzandone le tipologie e i sistemi costruttivi e introducendo catene e analoghi presidi leggeri e di poco costo atti a salvaguardarli dai terremoti. Tutelare il territorio attraverso politiche di prevenzione del dissesto idrogeologico e di consumo zero del suolo. Vogliamo salvaguardare la bellezza e l’unicità del paesaggio e del patrimonio artistico e culturale italiani. Vogliamo dare priorità alle politiche di prevenzione del dissesto idrogeologico, di messa in
sicurezza delle aree a rischio di terremoti, frane, alluvioni, di valorizzazioni delle aree protette. L’Italia è vittima da decenni di fenomeni endemici di cementificazione incontrollata, spesso abusiva del territorio: occorre azzerare l’ulteriore consumo di suolo e affermare concretamente il principio che le città, il territorio sono beni comuni e non merci. Vogliamo avviare pratiche di gestione condivisa, partecipata, equa e trasparente dei beni comuni (European Common Goods). Come Verdi richiamiamo la legislazione europea per avviare una politica di consumo zero del territorio, privilegiando campagne di recupero e di riqualificazione del patrimonio urbanistico esistente, spesso di rilevanza storica; di rilanciare alcune preziose esperienze amministrative locali che hanno attuato una politica restrittiva sulla migrazione di importanti opere d’arte a fini di esposizioni effimere, spesso scientificamente e culturalmente improbabili. Tra i dispositivi di incentivo si propone il varo di misure di sostegno per la riqualificazione dell’edilizia urbana, così come per la riconversione dei terreni a coltivazioni tradizionali e di qualità.

OPEN BIODIVERSITY
La biodiversità come strumento di innovazione. Revisione della PAC. OGM free.

Il settore agricolo necessita di una profonda riforma strutturale della PAC (Politica Agricola Comune), che consenta una più equa distribuzione dei fondi pubblici, che dia maggiore supporto e sostegno ai piccoli agricoltori, alle produzioni e al commercio agricolo locale, in modo da avvicinare il produttore al consumatore, alla produzione biologica e ai produttori tradizionali che vogliono cambiare e rendere più verdi i propri metodi. La nostra opposizione all’uso degli OGM in agricoltura e nell’alimentazione è radicale. L’Europa deve essere OGM free, deve essere vietato l’uso di OGM nell’alimentazione animale e umana. Il consumatore deve avere il diritto di sapere cosa mangia, conoscere attraverso l’etichetta il contenuto e la composizione del prodotto alimentare, la provenienza. I Verdi negli ultimi decenni hanno condannato gli allevamenti intensivi e i pesticidi, realizzato la riforma dell’agricoltura multifunzionale e sostenuto il biologico e il biodinamico, l’agricoltura di qualità e tipica, i GAS e i mercati contadini. Stiamo sostenendo la petizione europea contro il glifosato. Considerato il contributo nocivo delle emissioni in atmosfera del comparto agricolo, occorre che il settore agricolo stesso non solo si adatti al cambiamento climatico, ma che contribuisca a mitigarlo.

Tutela delle aree protette
Come Verdi chiediamo che non venga stravolta la legge sulle Aree protette, la Cederna-Ceruti. Tutte le lobby anti-parchi sono scatenate affinché a tappe forzate la maggioranza approvi la proposta di legge del senatore Massimo Caleo, sostenuta da Federparchi ma non dalle associazioni ambientaliste come la LIPU e il WWF, che stravolge radicalmente la buona legge n.394 del 1991 sulle aree protette. In un momento in cui i giovani manifestano un rinnovato interesse ai temi ambientali e naturalistici, l’enciclica di Papa Francesco richiama uomini e governi ai loro doveri a favore dell’ambiente, sarebbe una follia stravolgere i nostri ventitre bellissimi Parchi nazionali.

Diritti degli animali
L’ultimo decennio ha visto una crescita costante nei cittadini della preoccupazione per la tutela degli animali. L’82% dei cittadini europei afferma di essere d’accordo che sia un dovere proteggere i diritti degli animali, qualunque siano i costi. Chiediamo che il Parlamento sia attivo nel dare piena applicazione al riconoscimento degli animali come “esseri senzienti”, facendo pesare questo principio generale nel processo di formazione delle norme della UE. Introduzione del principio del divieto di uccisione di cani e gatti e sviluppo di programmi di prevenzione del randagismo con adeguati programmi di sterilizzazione degli animali randagi e di promozione della loro adozione nei singoli Stati Membri. Come Verdi pensiamo che sia necessario sostenere le politiche di accoglienza degli animali nelle strutture pubbliche come i canili e i gattili. Dare attuazione all’iniziativa dei cittadini “Stop Vivisection”, tramite una nuova norma che cambi la Direttiva 2010/63/EU, sostituendo l’utilizzo di animali con metodi alternativi e prevedendo fra l’altro lo sviluppo di strumenti di innovazione tecnologica nelle future legislazioni europee e finanziamenti associati ai soli metodi sostitutivi. Impedire la riapertura alla caccia del lupo prevista dal ministro Galletti nel Piano per la conservazione dei lupi.

OPEN RIGHTS
Cultura e nuovi diritti. Nuove forme di welfare. Politiche per la salute.

Come Verdi riteniamo che occorre investire più risorse nella “cultura”, perché la cultura è un valore che appartiene non solo alla nostra storia ma anche e soprattutto al nostro futuro. Perché la cultura è patrimonio storico e artistico, è paesaggio, ma è anche conoscenza, scienza e innovazione, economia e ecologia, creatività e competenza. Valorizzare e tutelare la cultura significa quindi promuovere il futuro sociale, civile ed ecologico di un Paese. La laicità dello Stato deve essere perseguita con scelte precise e concrete attraverso leggi che ci impegniamo a sostenere: quella che regola le unioni civili riconoscendo alle coppie omosessuali il diritto al matrimonio; quelle che permetterà realmente di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita; quella che darà piena attuazione alla legge sull’interruzione di maternità, inclusa la somministrazione della pillola del giorno dopo; quelle sul testamento biologico; sulle cure mediche, sul fine vita e sulla piena libertà della ricerca scientifica. Rivedere i modelli di welfare garantendo il sostegno alla maternità/paternità, alla lotta alla precarietà e alle persone più deboli. Occorre garantire gli asili nido pubblici a tutti. In futuro la nostra società sarà composta prevalentemente da anziani, il tasso di crescita demografica, infatti, in Italia è 1,34. Famiglie mononucleari, fuga dei giovani all’estero, anziani – per lo più donne – che vivono soli e spesso indigenti, in un contesto sociale degradato e frammentario, sono uno scenario verso il quale il Paese cammina spedito. La scelta di lavarsi le mani, con gli insufficienti assegni di accompagnamento, dalle responsabilità sociali di assistenza e cura ad anziani e disabili, scarica sui singoli le inefficienze dell’intero sistema, che resta incapace di organizzare in maniera pubblica i servizi e preferisce esternalizzare, usando associazioni che lucrano e pensano al profitto a discapito della qualità. Le politiche per la salute devono mettere al primo posto la prevenzione primaria. L’aumento delle morti premature e delle malattie degenerative dovute all’inquinamento sono una tragica realtà che colpisce innanzitutto i più poveri ed i bambini. Un bambino su quattro muore per inquinamento nel mondo. Rimuovere le cause dell’inquinamento con la conversione ecologica e promuovere stili di vita sani è la prima politica sanitaria. Occorre difendere il sistema sanitario pubblico universale, contrastando i tagli indiscriminati e l’accentramento dei servizi che sguarniscono il territorio e fanno pagare costi aggiuntivi ai cittadini. Il sistema sanitario pubblico italiano, con tutti i suoi limiti, si pone ancora ai vertici dei sistemi sanitari. Non deve essere smantellato e privatizzato. Esiste poi il grande tema della libertà di cura da parte dei medici e dei cittadini. Come nel resto d’ Europa va garantita la possibilità di scegliere le medicine non convenzionali e complementari riconosciute. Vogliamo rafforzare i diritti dei cittadini sulla rete attraverso la “Carta dei Diritti Digitali”, che assicuri la privacy dei dati personali e la libertà su internet e che garantisca la neutralità della rete. Vogliamo che la P.A. abbandoni gradualmente ma
rapidamente l’acquisto di software proprietari e si avvalga sempre di più dell’Open Source.

Scuola, università, ricerca e formazione
La scuola italiana merita di più rispetto alla riforma della “Buona scuola”, riforma peraltro che non ha visto la concertazione degli insegnanti e degli studenti e che ha accentrato un potere eccessivo nelle mani dei dirigenti scolastici. Diritto primario per ogni uomo è un lavoro dignitoso. Ma senza un’attenta programmazione degli investimenti e delle politiche il lavoro si ridurrà e diverrà sempre più povero. Per questo oggi come non mai va riaffermato un principio: Ricerca, Innovazione, Università, Alta Formazione e Cultura, devono essere considerati ambiti strategici per lo sviluppo economico e sociale del Paese. In Italia da troppo tempo mancano politiche ed investimenti adeguati per questi settori pubblici, ricchi di competenze ma sottoutilizzati. Con una programmazione effettivamente innovatrice di medio e lungo periodo è possibile rendere efficace l’apporto di ricerca e alta formazione a tutta la società. In Italia gli addetti in questi settori sono sotto la media Europea. Il numero di precari è troppo alto e sono fortemente limitate le opportunità di occupazione per i giovani più propositivi ed innovativi. I mancati investimenti in ricerca ed innovazione vanno a tutto vantaggio di altri paesi,
che invece investono anche in tempi di crisi; misuriamo tale inadeguatezza italiana in termini di fuga dei cervelli e perdita di risorse economiche europee. L’assenza di politiche concrete su questi aspetti ha determinato una incapacità del nostro Paese a risolvere problemi quali il dissesto idrogeologico, riqualificazione di aree industriali, salvaguardia da speculazioni e da infiltrazioni mafiose, con impatti devastanti sul piano ambientale, occupazionale, economico, sanitario e sociale. Va assunta dalla politica una capacità di direzione e gestione di processi capace di sviluppare innovazione nel nostro paese, mettendo a sistema enti di ricerca, università e impresa, nel quadro di interventi tesi a riqualificare le attività produttive in termini di sviluppo economico e sociale sostenibile.

L’Europa nel mondo e i corridoi umanitari
L’Europa ha spesso giocato un ruolo di rimessa, reagendo più che agendo, raggiungendo con grandi difficoltà una posizione comune. Noi vogliamo che l’Europa abbia una politica estera comune e giochi un ruolo importante a livello internazionale, in grado di aggredire le cause strutturali della povertà, promuovendo la giustizia e la solidarietà globali, la pace e la difesa dei beni comuni globali. Vogliamo che l’Europa abbia una sola voce in materia di sicurezza. La cooperazione deve essere democratica, trasparente, affidabile e basata su principi universali. Vogliamo che l’UE sostenga una governance multilaterale globale, rafforzando e riformando il ruolo dell’ONU. Priorità deve essere data alla gestione dei conflitti civili. L’UNHCR stima che siano 40 milioni le persone profughe, la metà all’interno del proprio stato. Migliaia di persone muoiono ogni anno fuori delle nostre frontiere, a causa delle restrizioni sempre più forti. L’UE ha il dovere di garantire che queste persone possano cercare protezione. L’European Border Agency FRONTEX è lo strumento sbagliato e fonte di violazione dei diritti umani. Dobbiamo garantire un sistema di asilo degno di questo nome ed intervenire, sia come UE che singoli stati membri, in modo coordinato per soccorrere i naufraghi in mare e consentire vie di ingresso sicure e legali. Occorre intervenire sulle cause che costringono le persone ad emigrare e superare la normativa di Dublino che obbliga i rifugiati a fare domanda di asilo solo nel paese dove è entrato per primo ed occorre. Vogliamo un’Europa, come diceva Langer, che sappia costruire ponti e non muri.

Lotta alle ecomafie
Siamo per la legalità e per una nuova politica antimafia che abbia come obiettivo ultimo non solo il contenimento ma l’eliminazione delle mafie a livello europeo, che vanno colpite nella sua struttura finanziaria e nelle sue relazioni con gli altri poteri, a partire da quello politico. Il totale contrasto alla criminalità organizzata, alla corruzione, il ripristino del falso in bilancio e l’inasprimento delle pene dei reati contro l’ambiente nel codice penale sono azioni necessarie per liberare lo sviluppo economico. Dalla terra dei fuochi, all’ILVA di Taranto, al polo chimico di Augusta, all’abusivismo edilizio, l’Italia è purtroppo assediata dall’illegalità ambientale, che semina inquinamento e malattie, distrugge territorio e paesaggio e soffoca l’economia legale. Occorre impegnarsi in misura maggiore affinché il principio “chi inquina paga” sia applicato in Italia e funga da deterrente a chi produce scaricando sulla collettività i costi dell’inquinamento e a chi poi fugge dismettendo l’attività senza bonificare. Lo Stato non può continuare ad accollarsi l’onere di bonificare terreni e falde e in più a sostenere l’incremento di spesa sanitaria dovuto a cause ambientali oramai certe.

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